I miei dieci motivi per vedere Bohemian Rhapsody

“Quando sono lì ad ascoltarmi, quando so di averli in pugno, non riuscirei a stonare neanche se volessi. E mi rendo conto di essere la persona che ho sempre voluto essere. Non ho paura di niente. L’unico altro momento in cui mi sento così è quando sono con te”

(Freddie Mercury, dal film “Bohemian rhapsody”)

Premetto che non sono mai stato un grandissimo fan dei Queen, tuttavia sono rimasto letteralmente “rapito” dalla storia descritta dal film e dallo “spaccato” di quindici anni di vita di Freddie Mercury. I quindici anni che vanno dal 1970 al 1985; quelli, cioè, che vanno dalle origini dei Queen alla fantastica esibizione del gruppo durante il Live Aid.

Questo è un film che, firmato da Bryan Singer (celebrato regista de I Soliti sospetti e Operazione Valchiria), racconta la nascita e le dis-avventure di uno dei più celebrati performer ed una delle band più acclamate della storia del rock. Anche se, parlando dei Queen e di Freddie Mercury, in effetti si fa fatica a catalogare la loro musica solo nel genere rock, dato che -così come ben descritto dal film- i loro accordi spaziano nello spettro di tanti generi musicali diversi, dalla musica classica e lirica alla disco-music, dalle note liturgiche alla musica synth-pop.

Tuttavia, aldilà dell’interesse che deriva dalla mia grande passione musicale, ritengo che questo film, oltre che bello, intenso ed entusiasmante, sia -al tempo stesso- molto utile per chi si occupa di sviluppo personale ed organizzativo.

Ecco i miei dieci motivi.

Empowerment

Fin dalle prime scene del film appare chiara la volontà di rivalsa di un giovane parsi definito da tutti “ribelle” ed” eccentrico”. Una persona che cerca in tutti i modi di tenere riservata la sua provenienza (tanto da dichiarare durante una conferenza-stampa che i genitori sono morti) ed ottenere una personale emancipazione che passi attraverso la via del successo musicale.

E per farlo, decide anche di cambiare il nome (da Farrokh Boulsara, decisamente poco adatto ad una aspirante rock-star a Frederick “Freddie” Mercury).

Team building

Il film descrive in forma certamente romanzata ma efficace i primi passi di una grande band e le dinamiche relazionali a volte molto (forse troppo) complicate per poter reggere l’impatto del tempo e del successo.

I primi concerti e le prime “avvisaglie” di una creatività conclamata del giovane Freddie, l’unione sinergica di quello che diventerà il nucleo storico della band (rispetto ad altre, rimasto immutato nella composizione originale), i tour in Giappone e, soprattutto, Stati Uniti rappresentano i passi decisivi della trasformazione dei Queen da band “di nicchia” a gruppo di fama mondiale. E da lì, iniziano le difficoltà…

Team-working

E dopo che il gruppo si costruisce, deve anche lavorare insieme e mantenere -nel corso del tempo- la sua efficacia. Infatti, sulla via del successo, la cosa difficile non è tanto arrivare a “toccare il cielo con un dito”, quanto mantenere e consolidare uno standard di alto profilo.

Questo è reso ancora più difficile nel caso dei Queen, in cui la gestione dell’ego smisurato di Freddie avviene all’interno di un contesto fatto da altre “prime-donne” (ad es. il chitarrista Brian May) ciascuna “perfetta” nel proprio stile e nelle armonie del proprio strumento. E sempre in lotta per avere, in ogni album, il proprio brano ed una fetta più alta delle royalties.

La gestione delle relazioni

Questo è probabilmente uno dei temi più complessi che emerge dal film. Perchè tutta la carriera di Mercury e dei Queen si sviluppa attraverso una gestione (a volte poco efficace) delle relazioni interpersonali.

Ed è per questo motivo che a questo tema dedico diversi punti.

– (Relazioni significa innanzitutto) Amore e sentimenti

Questi, secondo la prospettiva di Freddie Mercury hanno un’accezione “ampia”. Con l’“amore della sua vita” (la fidanzata storica Mary Austin) che gli sta vicino (come amante e poi come amica ed a volte quasi come una sorella) nel corso di tutti i quindici anni raccontati dal film.

– (Relazioni significa anche) Famiglia

Anche in questo caso, secondo una accezione “larga”, intendendo con essa sia la sua famiglia di origine (genitori e sorella) sia gli stessi Queen. Da entrambe Freddie pensa di potersi allontanare (in modo più lento dalla famiglia di origine, in modo più traumatico dalla sua band, vittima delle “sirene” di false amicizie -vedi dopo- e soprattutto da una fortissima leva economica).

In entrambi i casi, rendendosi poi conto di non poter vivere senza. Troppa, infatti, è l’energia che scorre nelle sue due famiglie. Quell’energia che per il performer e’ sinonimo stesso di vita.

– (Relazioni significa infine) Amicizia

Quella vera, con la “A” maiuscola. Ma anche (purtroppo per Freddie) quella falsa. Quella vera, rappresentata innanzitutto da tutti i componenti della band, in cui ogni musicista ha una sua funzione. Il chitarrista Brian May, per le sue “riletture personali” che sono alla base del successo dei Queen. Il batterista Roger Taylor, per la sua capacità dei contrapposizione rispetto alle proposte di Freddie. Infine, il bassista John Deacon per le sue battute e per essere spesso il “motore silente” della band.

Ma amicizia vera rappresentata anche da un personaggio apparentemente ai margini nelle vicende raccontate dal film (Jim Hutton), ma che in realtà è uno dei primi a dare a Freddie uno “schiaffo salutare” che lo aiuterà a rialzarsi dopo il superamento della crisi.

Ma amicizia è anche quella falsa, rappresentata da Paul Prenter. Apparentemente la persona che gli sta più vicino (in molti momenti una vera e propria “ombra” di Freddie Mercury), con una presenza talmente ingombrante da fare da “filtro” con il mondo esterno. Salvo poi rendersi conto che in realtà è stato il principale protagonista della “corsa auto-distruttiva” di Freddie Mercury.

Il flusso

Mihaly Csikszentmihalyi (nel suo volume Flow: The Psychology of Optimal Experience, 1990) ha parlato di questo “stato” molto particolare, che potremmo definire di grazia. Uno stato di coscienza in cui la persona è completamente immersa in un’attività. Stato che spiega perfettamente il rapporto che si crea tra i Queen ed il pubblico durate i concerti e che viene descritto con grande efficacia dalla frase riportata all’inizio del post e detta da Freddie Mercury alla sua Mary in un momento di grande intimità all’inizio della fase ascendente della sua carriera.

Tanto che anche la canzone “We Will rock you” (una delle più famose della band) nasce proprio per la volontà della band di dare al pubblico qualcosa di più, una canzone che (fatta soprattutto da una preponderante base ritmica) potessero suonare insieme ai Queen.

La crisi

In fondo, anche questo film è un piccolo-grande “viaggio dell’eroe”. Un viaggio in cui il nemico che l’eroe ha dovuto combattere è stato soprattutto l’eroe stesso. Un eroe, infatti, in preda alle sue “ombre” interiori (talvolta rappresentate -esternamente- dalle “distrazioni” offerte Paul Prenter), vittima della sua stessa mania di grandezza. Che tuttavia non gli lascia scampo, perchè presenta (ad intervalli regolari) un conto molto salato: dalla solitudine di fondo provata da Freddie Mercury.

Quella terribile “bestia” che gli fa sentire un grandissimo freddo e gli fa avere delle cadute a volte molto rovinose ed auto-distruttive. Il performer la definisce “il buio” che lentamente si insinua in tutte le pieghe della sua esistenza, anche (o forse sarebbe meglio dire soprattutto) al culmine del successo come musicista. Ed è curioso pensare che, in fin dei conti, molte “storie” di grandi rock-star hanno dei tratti in comune. Veri e propri “giganti” dai piedi d’argilla, vittime delle loro stesse fragilità, dei loro momenti di “buio”, appunto…

La gestione delle emozioni

E’ una grande emozione quella che prende i quattro musicisti all’ingresso a Wembley, il 13 luglio 1985 durante l’esibizione al Live Aid. Questo evento mondiale rappresenta per il gruppo inglese il ritorno trionfale sulle scene, dopo la crisi durata qualche tempo e la successiva “reunion”.

Sono davvero tante (oltre 70.000) le persone che li seguono allo stadio londinese e due miliardi quelli che li seguono in tutto il mondo attraverso il collegamento televisivo. E di fronte a tanta gente, le gambe comunque tremano.

Capita a tutti… Tuttavia, quello che rende grande una performance non è la mancanza di timori da parte di chi la compie, ma la capacità di gestirli, elaborali e soprattutto di viverne ed assaporarne ogni momento. Con la consapevolezza di avere le risorse per trasformare i timori in successo. Ma anche dando fondo a tutte le proprie energie. Tanto che l’esibizione dei Queen è rimasta nella storia, non solo del Live Aid, ma delle performance dal vivo.

Bohemian Rhapsody (dal titolo di una delle canzoni più controverse e significative della band inglese) è un grande film e rappresenta molto bene le lacrime ed il sudore, la fatica e l’energia, la resilienza ed il coraggio che richiedono il successo e la passione verso il proprio scopo nella vita. E per me rappresenta uno dei migliori film di questo 2018 arrivato ormai alla conclusione.

Concludo dicendo che al film ho dedicato la puntata della mia trasmissione “Così Parlò Cerathustra” (in onda su www.radiogodot.it) del 7 gennaio. Questo è il link al podcast.

Se vuoi approfondire il tema dell’uso del cinema nella formazione, ti suggerisco di leggere il mio volume “Ciak… Motore… Form_Aaaazione. Vademecum filmico per il formatore non convenzionale”.

https://www.youtube.com/watch?v=K1buCCC7e48