Ci vuole un fisico bestiale… anche per il cervello

Si chiama Zoom fatigue, l’affaticamento prodotto dalle videochiamate fatte con le piattaforme come Zoom, Google Hangouts o Meet, Skype, GotoMeetiong, FaceTime, ecc. Vediamo come funziona.

Qualche giorno fa sul sito della BBC è comparso un interessante articolo di Manyu Jiang sulle tante energie spese dal nostro cervello durante le videochiamate. Tema di grande attualità in questo periodo caratterizzato dall’emergenza-Covid. Infatti, siamo letteralmente circondati da un sistema di comunicazione che ormai si svolge quasi interamente online, sostituendo in molti casi anche le call che una volta riunivano al telefono anche diverse persone. Ora, invece, tutto (o quasi) si è trasferito sulle piattaforme di video-conferenza. E certamente qualche riflessione vale la pena farla, anche per vedere cosa si può fare per rendere meno stressante in generale lo smart-working e nello specifico le ore spese in video-conferenza.

La comunicazione online è più stancante di quella in presenza?

Questa è una domanda che ritorna spesso riguardo il periodo particolare che stiamo vivendo, anche in funzione di una situazione per molti del tutto nuova. Per carità, le riunioni via telefono, le video-conferenze c’erano anche prima; quello che è cambiato è che è diventato una tratto comune a molte professioni, con ovvie ripercussioni. E capita di renderci conto che alla fine di una giornata in call (o, nel caso mio, anche di aula “virtuale”) ci sentiamo generalmente più stanchi di una “normale” giornata di ufficio o di riunioni (o nel caso mio, anche di aula “in presenza”). E, confrontandomi con diversi colleghi, diventa sempre più comune il commento che, ad es., la formazione online sia più stancante (oltre che “sfidante”) rispetto a quella “tradizionale”.

Quale è il motivo? Secondo Gianpiero Petriglieri (professore associato dell‘INSEAD, che esplora l’apprendimento e lo sviluppo sostenibile sul posto di lavoro) stare in una videocall impegna di più di una riunione in presenza perchè richiede più attenzione per elaborare i segnali non verbali, come ad es. le espressioni facciali, il tono della voce o il linguaggio del corpo. Infatti, durante una conversazione “di persona”, il cervello si concentra sulle parole solo in parte, ma ricava ulteriori significati anche dai segnali non verbali, come ad esempio il contatto visivo. Nelle conversazioni online, invece, questa parte manca e perciò il nostro cervello consuma più energia per cercare di cogliere più segnali possibile anche se di fronte ad un minor numero di fonti di informazione. “Le nostre menti sono insieme, mentre i nostri corpi sentono che non lo siamo. Questa dissonanza è estenuante. Non puoi rilassarti nella conversazione”, dice Petriglieri.

Altre cause di stress in videoconferenza

Il silenzio, ad esempio. Infatti, “se in una conversazione di persona crea un ritmo naturale, se accade durante una videoconferenza si entra in ansia perchè si teme che ci sia un problema con la tecnologia”. Confessiamolo… capita a tutti, dopo pochissime frazioni di secondo di silenzio nella conversazione, di dire (o almeno di pensare), il fatidico “mi sentite?”. Quando basterebbe controllare se il nostro microfono è attivo oppure no. A me, ad es. ieri su Skype è successo di essermi ritrovato con il microfono disattivato ma io sono sicuro di non aver fatto nulla!

Peraltro, questo silenzio si riverbera anche nei confronti dei nostri interlocutori; infatti,  uno studio di accademici tedeschi del 2014 ha messo in evidenza che un ritardo di pochi secondi durante una conversazione telefonica fa sentire l’interlocutore meno amichevole e meno attento. Percezioni, certo ma molto importanti nella gestione efficace di una comunicazione online.

Inoltre, la presenza contemporanea di tante persone in video-camera può determinare anche l'”effetto-palcoscenico”, che rende l’idea di essere tutti al centro della scena, nello stesso momento. Con relativa ansia da prestazione. Inoltre, se attiviamo la modalità “gallery view” (cioè la possibilità di vedere tutti i partecipanti, cosa che ad es. Zoom permette) ognuna delle persone presenti sa che tutti gli altri la stanno guardando ed a sua volta guarda tutti gli altri partecipanti. E’ un effetto combinato che determina una situazione diversa dall’interazione in presenza. Infatti, ovviamente, anche in presenza tutti hanno la possibilità di vedere tutti, tuttavia lo spazio di osservazione è molto più ampio e quindi più distraente.

Andrew Franklin, professore associato di cyberpsicologia alla Norfolk State University della Virginia sottolinea che siamo immersi in un contesto con attività multiple, senza riuscire a concentrarci completamente su una in particolare. “Gli psicologi la chiamano attenzione parziale continua, ed è tipica sia degli ambienti virtuali così come di quelli reali. Pensiamo a quanto sarebbe difficile cucinare e leggere allo stesso tempo. Questo è il tipo di attività multitasking che il cervello prova a eseguire, e in cui spesso fallisce, quando partecipa a una videochiamata di gruppo” (link).

Le fonti di stress causate dallo smartworking

Inoltre, l’articolo riporta anche altre fonti di stress. Ad es. il fatto che essere in contatto con i nostri colleghi ci ricorda che in realtà tutti dovremmo (e vorremmo, magari) essere in ufficio, anziché a casa. Ancora, il rimanere in casa tutti insieme (ad es. con la propria famiglia), crea un continuo “ibrido” tra situazioni personali e professionali, mettendo insieme situazioni e “ambienti” che invece siamo soliti tenere distinti e separati. Per carità, anche in situazioni pre-Covid capitava di fare telefonata di lavoro quando eravamo a casa. Tuttavia, di solito rappresentava un’eccezione, non la regola. E quando tutti questi aspetti, relazioni e ruoli si mescolano insieme, allora è più facile che emergano sensazioni diverse, strane e tutto sommato negative. “Immagina di essere in un bar in cui parli allo stesso momento con i tuoi professori, i tuoi parenti o altre persone con cui avevi appuntamento. Più o meno è questo quello che ci sta accadendo”, dice Petriglieri. E credo che renda bene l’idea…

Come possiamo gestire questa fatica?

Petriglieri da dei suggerimenti che forse non sono facilmente applicabili, o almeno non in tutti i casi. Infatti, consiglia di limitare le videoconferenze a quelle effettivamente necessarie e questo, ovviamente, potrebbe non dipendere da noi. Ad es. tante attività di lavoro, riunioni, magari in compagnia di diverse persone potrebbe essere qualcosa che manda e monte questo buon proposito. Oppure si potrebbe scegliere di non tenere la videocamera sempre accesa. Ma anche questa non sempre è possibile.

E sappiamo che il suggerimento evergreen è quello di mettere in muto il microfono quando non parliamo per evirare sgradevoli rumori di sottofondo. Così come, a proposito di video, un utile suggerimento per stimolare l’attenzione da parte dei partecipanti è quello di guardare l’obiettivo della telecamera (il puntino illuminato che sta in alto rispetto al computer, ad es.). Questo permette di mantenere, anche in circostanze diverse come l’ambiente virtuale, il contatto visivo con i nostri interlocutori.

Inoltre, per evitare un pericoloso overload di informazioni, Shuffler sottolinea che può essere utile usare la chat (che io trovo utile sempre, anche per gestire gli interventi dei partecipanti in formazione o per raccogliere i contributi di tutti in formazione) o anche lo scambio di documenti tra i partecipanti.

Concludo riprendendo un suggerimento importante per una sana gestione della preparazione fisica di una riunione virtuale, può essere utile prendersi del tempo per noi stesse e noi stessi per riposarci, bere qualcosa, fare un po’ di esercizio fisico. Ci tornerà utile per arrivare meglio preparati alla videoconferenza.

Link all’articolo sul sito della BBC

Se vuoi approfondire questi temi contattami. Ho pubblicato anche un video-corso sulla comunicazione efficace in pubblico che trovi a questa pagina.